Sergio Ricossa, inimitabile maestro di liberalismo, raccoglie in questo volume parti del diario da lui tenuto dal 1944 al 1994. È un commento schietto e dissacrante della vita pubblica italiana, realizzato con materiali di difficile reperimento: ironia, cultura, finezza critica. Ed è un confortevole viaggio nella storia del nostro Paese. La sua durata, cinquant’anni, può forse impressionare. Ma l’itinerario si percorre agilmente, senza fatica, tanto che si ha poi voglia, giunti alla fine, di ricominciare daccapo. La stazione di partenza è rappresentata dall’opera di ricostruzione compiuta nel secondo dopoguerra. Si giunge man mano in tante altre stazioni, che segnano però un radicale cambiamento dell’originaria direzione di marcia. Ricossa ci fornisce le istruzioni attraverso cui afferrare il senso di tale cambiamento. E la sua storia diviene un’incalzante narrazione dei danni provocati dalle interferenze del potere pubblico nell’economia. Si comprende allora che la crisi di oggi ha alle spalle una lunga incubazione. La sua dinamica, reiterativa, monotona, è quella dell’interventismo. Promette sempre di affrancarci dalle “impietose” leggi del mercato. Realizza solamente la sistematica distruzione di una rilevante parte delle risorse prodotte dai cittadini. E ricorre, con la proterva presunzione di avere trovato il rimedio, a nuove interferenze, che hanno come risultato il puntuale peggioramento della situazione. Il protagonista principale di una tale disfatta è una classe politica incline a qualunque compromesso, che ha istituzionalizzato la pratica vergognosa del voto di scambio e un assistenzialismo sfrenato. A ciò si aggiunge l’inettitudine di un ceto imprenditoriale mai veramente disposto a rischiare e l’incapacità dei sindacati di misurarsi con le leggi dell’economia. Non sorprende quindi che la stazione di arrivo sia la regressione economica e il baratro del debito pubblico. Il libro può essere letto da tutti. Non è un trattato di economia, né un saggio per “iniziati”. È una chiara e irriverente spiegazione delle cause del nostro declino. Ed è un racconto dentro cui si muovono personaggi e figuri che il tempo trascorso ha forse un po’ sbiadito, ma la cui triste responsabilità rimane inalterata.

Prefazione / Infantino, Lorenzino. - 25:(2012), pp. 5-15.

Prefazione

INFANTINO, LORENZINO
2012

Abstract

Sergio Ricossa, inimitabile maestro di liberalismo, raccoglie in questo volume parti del diario da lui tenuto dal 1944 al 1994. È un commento schietto e dissacrante della vita pubblica italiana, realizzato con materiali di difficile reperimento: ironia, cultura, finezza critica. Ed è un confortevole viaggio nella storia del nostro Paese. La sua durata, cinquant’anni, può forse impressionare. Ma l’itinerario si percorre agilmente, senza fatica, tanto che si ha poi voglia, giunti alla fine, di ricominciare daccapo. La stazione di partenza è rappresentata dall’opera di ricostruzione compiuta nel secondo dopoguerra. Si giunge man mano in tante altre stazioni, che segnano però un radicale cambiamento dell’originaria direzione di marcia. Ricossa ci fornisce le istruzioni attraverso cui afferrare il senso di tale cambiamento. E la sua storia diviene un’incalzante narrazione dei danni provocati dalle interferenze del potere pubblico nell’economia. Si comprende allora che la crisi di oggi ha alle spalle una lunga incubazione. La sua dinamica, reiterativa, monotona, è quella dell’interventismo. Promette sempre di affrancarci dalle “impietose” leggi del mercato. Realizza solamente la sistematica distruzione di una rilevante parte delle risorse prodotte dai cittadini. E ricorre, con la proterva presunzione di avere trovato il rimedio, a nuove interferenze, che hanno come risultato il puntuale peggioramento della situazione. Il protagonista principale di una tale disfatta è una classe politica incline a qualunque compromesso, che ha istituzionalizzato la pratica vergognosa del voto di scambio e un assistenzialismo sfrenato. A ciò si aggiunge l’inettitudine di un ceto imprenditoriale mai veramente disposto a rischiare e l’incapacità dei sindacati di misurarsi con le leggi dell’economia. Non sorprende quindi che la stazione di arrivo sia la regressione economica e il baratro del debito pubblico. Il libro può essere letto da tutti. Non è un trattato di economia, né un saggio per “iniziati”. È una chiara e irriverente spiegazione delle cause del nostro declino. Ed è un racconto dentro cui si muovono personaggi e figuri che il tempo trascorso ha forse un po’ sbiadito, ma la cui triste responsabilità rimane inalterata.
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