Il saggio intende mettere in evidenza le “affinità elettive” e le diversità teoriche tra Ludwig von Mises – tra i più autorevoli esponenti della Scuola Austriaca di Economia – e Bruno Leoni, cui spetta il merito di aver fatto da tramite alla possibile trasposizione degli insegnamenti di tale Scuola nelle scienze sociali di natura empirica, e in particolare nella scienza politica. Sulla scorta dell'individualismo metodologico della tradizione “austriaca”, Leoni riconosce infatti che i fenomeni politici, al pari di ogni altro fenomeno sociale, costituiscono il risultato dell'azione umana. E riconosce altresì che eventi, strutture e istituzione politiche, pur essendo il risultato dell'agire di molti individui razionali che mirano a conseguire determinati obiettivi, non necessariamente sono il risultato della progettazione umana. In tal senso, la realtà dei fenomeni politici appare ricomposta in un ordine che si evolve spontaneamente. Ne consegue una concezione “riduttiva” della politica, la quale ha il compito di garantire e rinforzare giuridicamente (e anche attraverso strumenti di enforcement) la spontaneità sociale attraverso l'implementazione delle norme che ne regolano il funzionamento. Ciò nondimeno, mentre Mises non disconosce il ruolo dello Stato, sia pure nella versione dello “stato minimo” e nella specie del regime democratico, come la necessaria cornice istituzionale di garanzia per l'esercizio della libertà individuale (quella economica, in primis), implacabile e senza appello risulta la critica di Leoni allo statalismo; critica che finisce per travolgere qualsiasi concetto di Stato e persino di democrazia, in quanto strumento di scelta collettiva che, mediante la legislazione e la rappresentanza, si risolve proprio in una violazione delle istanze di libertà individuale.

Mises, Leoni e la scienza politica / DE MUCCI, Raffaele. - (2004), pp. 229-258.

Mises, Leoni e la scienza politica

DE MUCCI, RAFFAELE
2004

Abstract

Il saggio intende mettere in evidenza le “affinità elettive” e le diversità teoriche tra Ludwig von Mises – tra i più autorevoli esponenti della Scuola Austriaca di Economia – e Bruno Leoni, cui spetta il merito di aver fatto da tramite alla possibile trasposizione degli insegnamenti di tale Scuola nelle scienze sociali di natura empirica, e in particolare nella scienza politica. Sulla scorta dell'individualismo metodologico della tradizione “austriaca”, Leoni riconosce infatti che i fenomeni politici, al pari di ogni altro fenomeno sociale, costituiscono il risultato dell'azione umana. E riconosce altresì che eventi, strutture e istituzione politiche, pur essendo il risultato dell'agire di molti individui razionali che mirano a conseguire determinati obiettivi, non necessariamente sono il risultato della progettazione umana. In tal senso, la realtà dei fenomeni politici appare ricomposta in un ordine che si evolve spontaneamente. Ne consegue una concezione “riduttiva” della politica, la quale ha il compito di garantire e rinforzare giuridicamente (e anche attraverso strumenti di enforcement) la spontaneità sociale attraverso l'implementazione delle norme che ne regolano il funzionamento. Ciò nondimeno, mentre Mises non disconosce il ruolo dello Stato, sia pure nella versione dello “stato minimo” e nella specie del regime democratico, come la necessaria cornice istituzionale di garanzia per l'esercizio della libertà individuale (quella economica, in primis), implacabile e senza appello risulta la critica di Leoni allo statalismo; critica che finisce per travolgere qualsiasi concetto di Stato e persino di democrazia, in quanto strumento di scelta collettiva che, mediante la legislazione e la rappresentanza, si risolve proprio in una violazione delle istanze di libertà individuale.
Mises, Leoni e la scienza politica / DE MUCCI, Raffaele. - (2004), pp. 229-258.
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